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Omosessualità e terapie riparative
28 maggio 2015
Molte segnalazioni deontologiche pervenute all’Ordine nell’ultimo anno hanno sollecitato una presa di posizione chiara e specifica sul tema dell’omosessualità e delle c.d. terapie riparative.

A tale proposito, l’attuale Consiglio non può che confermare e ribadire quanto già chiarito nel documento “Il no dell’Ordine degli Psicologi della Regione Emilia-Romagna alla terapie riparative” che, peraltro, è del tutto conforme a quelli adottati da altri Ordini Regionali e dallo stesso CNOP.
In particolare, infatti, la Comunità scientifica internazionale ha da tempo e con forza escluso l’omosessualità dal novero delle malattie giungendo anche ad una netta condanna delle cd. “terapie riparative”.

Sotto il primo profilo, è appena il caso di richiamare, ad esempio, il noto processo di “derubricazione” dell’omosessualità avviato dall’APA già nel 1973 con la seconda versione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-II) e conclusosi nel 1994 con la pubblicazione del DSM–IV. Parimenti rilevante è, sempre a titolo esemplificativo, la pressoché contestuale soppressione della diagnosi di omosessualità dall’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (“ICD-10”) stilato nel 1990 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Sotto il secondo profilo, inoltre, meritano di essere citati i ripetuti interventi dell’American Psychological Association e dell’American Psychiatric Association che hanno chiaramente affermato che le “terapie riparative”, prive di fonti e di riferimenti scientifici, non solo sono inefficaci, ma anche dannose e possono segnare gravemente le condizioni psichiche di chi vi si sottopone.

Alla luce di quanto sopra, è stato dovere dell’Ordine valutare le condotte di Colleghi che si siano poste in aperto contrasto con quanto sopra esposto, specie se in maniera ideologica, traendone le dovute conseguenze sul piano disciplinare.
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